Giornata della memoria: non è mai banale parlarne

 Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla.


‘È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare.
Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore. Semplicemente non posso fondare le mie speranze sulla confusione, sulla miseria e sulla morte. Vedo il mondo che si trasforma gradualmente in una terra inospitale; sento avvicinarsi il tuono che distruggerà anche noi; posso percepire le sofferenze di milioni di persone; ma, se guardo il cielo lassù, penso che tutto tornerà al suo posto, che anche questa crudeltà avrà fine e che ritorneranno la pace e la tranquillità.’

Sono due i libri che hanno in qualche modo segnato la storia della mia vita. Due libri che mi hanno introdotto al mondo della scrittura. Due libri per i quali adesso scrivo. Uno di questi è il Diario di Anna Frank.

Di quella ragazzina e delle pagine in cui raccontava la sua vita ricordo tutto. E, quando ero piccola, in qualche modo mi ci identificavo. Sarà stato per il nome uguale al mio. Perché il mio primo nome è Anna. Sarà stato per la sua data di nascita che cadeva un giorno avanti alla mia. Cinquant’anni prima.

Ed è buffo che io abbia imparato a cantare con un film, Tutti Insieme Appassionatamente, ambientato durante la seconda guerra mondiale. Un periodo storico in cui evidentemente orbita la mia attenzione.

Lo dimostrano anche gli scaffali della mia libreria, pieni di zeppi di memorie e di romanzi, in cui spesso mi perdo e poi la notte non riesco a dormire.

Negli anni sono stata spesso in quei luoghi della memoria. A cercare di respirare di persona e dal vivo quel dolore e quell’aria stessa di speranza e di attaccamento alla vita. Non l’ho fatto per un senso di morbosità. Ma avevo bisogno di capire. E, vi dirò, dopo Dachau, dopo Auschwitz, dopo le tante città in cui sono disseminati segni qua e là, ancora non ho capito.

Non starò a dirvi cosa si prova varcando certe soglie. Stando di fronte a mucchi di valigie accatastate l’una sull’altra. Davanti agli occhiali rotti. Ai mucchi di capelli che sarebbero un giorno diventati coperte. Non vi dirò cosa si prova a passare sui binari di un treno che sembrano fare l’occhiolino all’inferno. A calpestare pavimenti che un tempo sono stati letti. A sentire un freddo sordo e continuo nelle ossa al caldo del mio cappotto di lana.

Non starò a dirvi cosa si prova entrando in luoghi che hanno fatto da scenografia a quei volumi nella mia libreria. Nelle stanze con muri che hanno ascoltato le chiacchiere, le speranze e le preghiere. Nelle stanze che hanno conosciuto persone forti e coraggiose che hanno rischiato e si sono messe in pericolo.

Non starò a dirvi cosa si prova a trovarsi di fronte una boccetta di Luminal e concretizzare con i propri occhi quello che per molti è stato un’ultima scelta o una via di fuga, a seconda del momento.

Non starò a dirvi queste cose. Rischio di cadere sul banale e sullo scontato. Ed invece dovrei dirle, scriverle. Perché  il 27 gennaio, Giornata della Memoria è una data che dovremmo ricordarci tutti i giorni. Oggi più che mai.

Poco prima di partire per la Polonia ho letto un libro, che vi consiglio caldamente di leggere, Il Farmacista del Ghetto di Cracovia. No, non è un romanzo. Non è scritto neppure particolarmente bene. E’ il ricordo di un uomo che per scelta ha tenuto la sua farmacia all’interno delle mura del ghetto e ne ha documentato la vita e le giornate. Ciò che mi ha colpito di più non sono state le atrocità raccontate. Quelle le conosciamo tutti. Ciò che mi è rimasto impresso è il fatto di come le cose si siano svolte in maniera quasi naturale. Senza che nessuno se ne accorgesse. Senza che nessuno corresse ai ripari quando si era ancora in tempo per farlo. Mi ha impressionato l’ingenuità di coloro che poi hanno trovato la morte dentro i campi di concentramento. La realtà, il mondo non potevano essere così crudele e senza umanità. Era un qualcosa di impensabile. Qualcosa che non poteva accadere per davvero. Che fosse una sorta di speranza a cui attaccarsi per non lasciarsi andare prima del tempo? Non penso. Credo che gli ebrei, gli omosessuali, le minoranze etniche, le persone influenti e schierate dalla parte “sbagliata” e tutti coloro che poi sono finite in un inferno senza fine ci credessero sul serio al fondamento buono e non animalesco insito nell’animo umano.

Questo è quello che mi ha colpito e che mi spaventa. Che dico? Mi terrorizza. Perché quelle persone saremmo potute essere noi. O il nostro vicino di casa che salutiamo ogni mattina sul pianerottolo. O il nostro collega che ci offre il caffè con gentilezza appena ne ha l’occasione. Chi pensa di essere al sicuro, perché magari nato dalla parte giusta del mondo, con la fede religiosa giusta, con il pensiero politico, civile e culturale giusto, al sicuro non lo è per niente. E poi ci sono quelli nati dalla parte sbagliata del mondo, con la fede religiosa sbagliata, con il pensiero politico, civile e culturale sbagliato. Quelli non sono al sicuro già da un po’. La storia ci ha insegnato che tutto può succedere e succede sempre quando la ruota ha già cominciato a girare e non si può più fermare.

Ci ho ragionato su parecchio prima di decidere se scrivere o meno questo post. Noi di solito parliamo di viaggi, di cose belle, di cose un po’ futili che mettono allegria. Ma poi ho deciso che avere uno spazio proprio sul web significa anche esporsi. Mettere nero su bianco i pensieri veri che ci appartengono. Anche se possono a prima vista apparire scomodi o banali, come dicevo poco fa. Anche se possono contribuire a farci perdere consenso. Perché in qualche modo i nostri pensieri ci definiscono e noi abbiamo deciso di condividere le sensazioni che da sempre fanno parte del nostro modo di essere e le emozioni che abbiamo vissuto nel nostro ultimo viaggio fatto insieme.

Parlarne o scriverne non è sbagliato. Dovremmo farlo più spesso. E non per esorcizzare la paura, ma per evitare che la storia si ripeta. E, lasciatemelo dire, a volte credo che non siamo poi così lontani. I campi di concentramento esistono ancora. E forse questo giorno dovrebbe cambiare nome. Giornata della Memoria? La memoria racconta un qualcosa che è passato, ma non descrive il presente. Forse, un giorno, tra cinquant’anni, ci sarà un’altra Giulia, con un’altra libreria e altri diari e romanzi, che proverà lo stesso identico sgomento di fronte ad un qualcosa che avrebbe potuto essere evitato.

Un consiglio: se volete recarvi in visita ad Auschwitz e Birchenau, fatelo con una guida. Sul sito ne potrete prenotare la tipologia. E’ vero, anche solo il campo può bastare a “capire”, ma vi assicuro che quel racconto vale la pena anche di essere ascoltato. La guida ve la consiglio anche per vedere il ghetto di Cracovia, visto che oggi non è rimasto quasi più niente, ma a mio parere sarà sufficiente leggere il libro che vi ho citato per ricostruire anche visivamente tutto.

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