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Ognuno è ebreo di qualcuno… oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele.

Apro questo post con una frase ambigua. La prima parte è stata scritta da Primo Levi, lo scrittore di Se questo è un uomo. La seconda parte gli è stata attribuita. È un falso storico, mistificato dall’autorità della rete. Ho scelto comunque di metterla qui, all’inizio di questo post troppo difficile da scrivere, proprio perché questo racconto corre sul filo di un rasoio. Un post troppo complicato per una come me che ha desiderato da tutta una vita di viaggiare in Palestina.

Come si racconta la Palestina? Come si può rimanere nelle linee rispettabili della narrazione di viaggio? Nella descrizione di un semplice itinerario da condividere con chi capiterà tra queste pagine? Sono partita per la Palestina con il cuore libero. Ho provato ad estirpare i preconcetti e i pensieri che albergano da sempre nella mia mente per accogliere ogni dettaglio di bellezza di questo viaggio che ho sognato davvero per troppo tempo. Non è stato facile. Perché quando si parla di Israele e Palestina è difficile mantenere un basso profilo. Ci sono terre che fanno discutere. Ci sono terre che discutono. Che non lasciano indifferenti. Che sono chiacchierate e che scuotono gli animi. Israele e Palestina rientrano in questa categoria. Anzi, detengono il primo posto di questa classifica. Ed ecco, spesso, quasi sempre, ci si ritrova da una parte o dall’altra. In una guerra senza tempo e senza limiti. E, a parer mio, senza soluzione.

Fatto questo piccolo preambolo, proverò a mettere nero su bianco questo mio troppo breve viaggio. Cercando di lasciar fuori il più possibile i preconcetti, con la speranza di essere perdonata se mi capiterà di uscire a volte dalle righe. Di Israele ho già avuto modo di parlare. Ecco qui, invece, il mio itinerario in Palestina.

Palestina - Le Plume

Gerico, la città più antica del Mondo

Prima di partire per un viaggio mi preparo fin nei minimi dettagli. Sono una di quelle organizzatrici compulsive, per intenderci. Preparo l’itinerario. Con mappa di fronte agli occhi e distanze calcolate con Google Maps. Cosa però non sempre possibile. L’ho capito viaggiando a Cuba. A volte gli itinerari sono fatti per essere infranti. La Palestina non fa eccezione. Avevo lasciato Gerico in fondo alla mia lista di cose da vedere, ma il caso ha voluto che fosse Gerico ad arrivare sino a me. O meglio, un simpatico tassista palestinese, che ci ha accolto fuori dalla Porta dei Leoni a Gerusalemme, ci ha caricato nella sua automobile e condotto fino alla città abitata più antica del mondo, Gerico, per 600 NIS, 150 euro circa.

Uscire da Gerusalemme ci ha aperto il varco di un mondo diverso. Lontano dalla sacralità della Città Santa e dal chiacchiericcio confusionario dei suq. Fuori c’era il deserto. Magnifico e immenso. Con i beduini impegnati con le loro bestie. Con un fascino di quelli che ti lasciano senza parole e con il naso appiccicato al finestrino per non perdere neppure un frammento.

C’è tanto da vedere nella strada che da Gerusalemme porta a Gerico. Ad esempio il fiume Giordano, dove Gesù Cristo sarebbe stato battezzato da Giovanni Battista. Ed è qui infatti che si trovano i primi pellegrini. Mi dispiace moltissimo non essere riuscita a catturare il momento in cui un uomo si è immerso in queste acque. Mi sembrava di mancargli di rispetto, ma devo dire che la cosa mi ha particolarmente disgustato. Perdonatemi. Ma le acque del Giordano in questo punto specifico sono un qualcosa di estremamente torbido e l’idea di buttarmici dentro per un nuovo battesimo mi ha lasciato perplessa. Ho scoperto però che queste sono le acque con cui vengono battezzati anche i reali. Pensate, anche Charlotte di Inghilterra è stata battezzata con l’acqua del fiume Giordano.

Il percorso per arrivare a Gerico è costellato di fermate “turistiche”. Come quella dell’ingresso alla città, dove ad accoglierci c’era un simpaticissimo cammello dispensatore di baci. È una vera e propria attrazione e noi ci siamo lasciate tentare da quel meraviglioso batuffolo di pelo e denti, accompagnato da un bellissimo abitante di Gerico. Sì, perché, come del resto in tutto il Paese, qui gli uomini sono davvero tutti o quasi bellissimi. Anche quando hanno una cinquantina d’anni, come il nostro ammaestratore di cammelli.

Vero è che la Palestina è un luogo di miscugli di etnie e ciò si può notare dalla varietà dei tratti distintivi nelle persone. Ad esempio, a Gerico tendenzialmente le persone hanno la pelle molto scura. E c’è una spiegazione molto semplice. Gerico si trova nella valle del Giordano, in mezzo al deserto. Qui le temperature sono talmente alte che la città è stata ribattezzata con il nome di “città della luna”, proprio per il fatto che, durante i mesi estivi, a causa della calura, gli abitanti sono costretti a lavorare nelle ore notturne, quando comunque la temperatura media rimane sui 30 gradi. Il posto in cui non vivrei mai, credo.

Il benvenuto di Gerico è stato un’esplosione di frutta e verdura. Pare che qui le banane siano un vero idillio gastronomico. Io non le ho assaggiate, ma il commento di Monica è stato un laconico “è semplicemente una banana“.

Gerico è, secondo la storia, la più antica città del mondo abitata ininterrottamente. E qui la storia la si respira davvero. Diecimila anni, per essere più precisi. Certo, esiste la parte modernizzata, ma i resti dell’antica Gerico sono ancora visibili lungo un complesso archeologico, che, però, necessita di una guida. Rispetto, infatti, a Masada, che appare conservata e curata alla perfezione, qui manca forse un’istituzione capace di dare a quest’area vigore e visibilità. Cercate qualcuno in grado di raccontarvene la storia.

Al di là delle rovine c’è il Monte delle Tentazioni, dove secondo la Bibbia Gesù si ritirò per quaranta giorni. È visitabile attraverso una funivia, che però noi non abbiamo voluto prendere. Il caldo, nonostante fosse dicembre, si faceva sentire e abbiamo preferito ammirare il monte da lontano. Lì sorge il Monastero di Qurantul, a ricordare la lotta interiore tra Cristo e Satana.

Betlemme, al di là della capanna, del bue e dell’asinello

In Palestina c’è il muro. È inutile non dirlo o far finta che non esista. C’è e non notarlo è impossibile. Io parlo di Palestina, ma in realtà questo racconto è il resoconto delle mie 48 ore in Cisgiordania. Perché di questo si tratta. I territori palestinesi, infatti, fanno parte di quella che oggi è chiamata Cisgiordania, ovvero un’area nata con la guerra arabo – israeliana del 1948.

La Cisgiordania è divisa in tre macro aree, la A, la B e la C. L’area A è sottoposta completamente al controllo palestinese, con cartelli rossi che ne vietano l’ingresso agli israeliani. L’area B è sotto il controllo civile palestinese, ma militare di Israele. L‘area C invece è controllata totalmente da Israele. Ho scelto di inserire qui questa breve spiegazione, in quanto forse ho capito maggiormente le cose durante mio ingresso a Betlemme, città che fa parte dell’area A. Come Gerico, d’altronde, ma in quel caso le strade per raggiungerla sono sotto controllo israeliano e quindi poco comprensibile a chi, come me, affrontava questo viaggio per la prima volta.

Lo scontro con la realtà l’ho avuto arrivando a Betlemme. L’ingresso alla città è un check point fatto di tornelli e lunghi corridoi che sembrano quelli di una prigione. Attraversarlo è stata una sensazione particolarmente strana. Il cuore mi si è chiuso all’improvviso e ho smesso di parlare.

Al di là del muro, al di là della tensione militare c’è un mondo colorato e chiassoso. Tutto stride con la sensazione di trovarsi sulla polveriera del pianeta e con i racconti che arrivano in Occidente. Al di là del muro c’è il mondo arabo con le sue complesse contraddizioni.

Noi abbiamo scelto di fare questo viaggio accompagnate da una guida. Lo ripeto spesso che averne una è un valore aggiunto quando si visita un luogo sconosciuto. In questo caso credo sia ancora più necessario. Sia per questioni legate alla sicurezza, sia per riuscire a comprendere qualcosa che non è facile spiegare a chi è nato dall’altra parte della terra.

La nostra guida, Ayman, un palestinese cristiano, ci ha condotto anche nei luoghi vicini a Betlemme. Come, ad esempio, il paesino in cui è nato e cresciuto, Beit Sahour, rinomato per le pietre bianche, come del resto tutta la Palestina, e per l’artigianato in legno di ulivo. Un paesino piccolissimo, ma delizioso, con lunghe e strette viuzze che si snodano su porte colorate e dettagli da incorniciare. 

Racconta la storia che Maria e Giuseppe giunsero a Betlemme per il censimento e qui diedero alla luce Gesù Bambino. Uno potrebbe immaginarsi un piccolo e delicato villaggio bucolico. Con una grotta, le case dei pastori e le donne intente a lavare i panni. Ecco, fermatevi a quell’immagine, perché Betlemme in realtà è una vibrante città, piena di movimento e dinamica. Nonostante, anche qui, si respirino gli anni infiniti di una storia millenaria. 

Ovviamente, anche Betlemme è luogo di pellegrinaggio. Perché, là dove si dice che Gesù è nato, c’è la Basilica della Natività, una chiesa costruita per volere dell’imperatore Costantino nel 326 d.c. e che ha subito negli anni diverse trasformazioni. 

La cosa che mi ha colpito maggiormente di questa chiesa è stato il suo uscio di ingresso. Un uscio con una lungo percorso tortuoso. Ha anche un nome, la Porta dell’umiltà, e la sua dimensione ridotta fu decisa dai crociati per impedire l’accesso a cavallo degli esattori e poi, con il tempo, fu sempre più rimpicciolito. Per entrare bisogna inchinarsi, proprio come si fa di fronte ad un altare. Come è facile aspettarsi, il luogo più frequentato della basilica è la Grotta della Natività. Avvicinarsi è quasi impossibile. Per il resto la chiesa è molto bella e si intravedono i diversi stili che, negli anni, l’hanno trasformata.

Betlemme ha un centro storico suggestivo e delizioso, che somiglia agli altri luoghi di Palestina. Strade bianche e viuzze quasi eleganti, dai colori tenui e pastello.

Vicoli stretti con le case che quasi si toccano e arrivano a congiungersi a Manger Square, che ovviamente non ha nulla a che vedere con il cibo, ma che si ricongiunge con la più classica e biblica delle mangiatoie. Betlemme l’ho vista quasi tutta nel pomeriggio, in un periodo dell’anno in cui il buio si impossessa della luce non più tardi delle quattro. Mi sono avventurata in un suq chiuso, che ho immaginato colorato e rumoroso, come tutti i suq arabi. Ho visto il Natale, qui forte e possente, con un grande albero al centro della piazza.

Betlemme è piccola, se si fa un paragone con Tel Aviv o Gerusalemme. Ed è quasi tutta in salita, abbarbicata in colline dai profili sinuosi. Il suo centro si gira davvero in pochissimo tempo, nonostante le file per i siti religiosi possano essere lunghe ed estenuanti.

Ho parlato molto durante la mia breve incursione in Palestina. Avevo tante domande. Forse troppe. Ma ho scoperto che i palestinesi hanno voglia di aprirsi al mondo e di raccontare la loro storia. O la loro versione dei fatti, scegliete voi. Ho anche scoperto che, purtroppo, ancora troppo poche persone scelgono di soggiornare in Palestina o a Betlemme. La maggior parte preferisce fare dei tour in giornata, partendo da Gerusalemme. Io, invece, mi sono pentita di non essermi fermata in Palestina per più tempo. Credo sia importante capirli i luoghi e non solo visitarli e questo è uno dei motivi per cui so che tornerò in questa terra che il cuore me l’ha strappato dal petto.

L’ho detto più volte. Il mio non è stato un pellegrinaggio religioso. Ho scelto di fare un viaggio storico e culturale. E nella cultura della Palestina rientra anche il brutto. Quello raccontato dal muro e dai campi profughi. Prima di partire ho letto un libro, Ogni mattina a Jenin, la storia di una famiglia palestinese narrata proprio attraverso la vita in un campo profughi.

Mi ero fatta un’idea. Avevo un’immagine costruita nella mia mente e filtrata dalle pagine del libro. Ma la realtà, ovviamente, era ancora diversa.

L’ingresso del campo profughi di Aida è simbolicamente adornato con una grossa chiave, rappresentante la chiave di casa che molti rifugiati si sono portati dietro quando hanno dovuto lasciare la loro terra e che si tramandano di generazione in generazione. Nell’attesa di un ritorno mai avvenuto, ma che cela un simbolo e delinea i contorni di un sogno ben definito.

Quello dell’Aida è uno dei 58 campi profughi allestiti dall’ONU in seguito alla guerra del 1948 ed è uno dei campi più instabili a livello di sicurezza, in quanto, al di là del muro, vivono due importanti colonie israeliane, Har Homa e Gilo, che costituiscono motivo di attrito con i quasi sei mila abitanti del campo.

All’interno la vita è quella di un normale piccolo paese. Ci sono i palazzi con le case, i piccoli negozi, le scuole. Scuole gestite dall’agenzia Unrwa, che si occupa in tutto il Medio Oriente dell’istruzione di oltre 500 mila bambini palestinesi. C’è il Lajee Center, che costituisce un centro di incontro e di attività dei giovani e dei bambini che vivono nel campo. L’Aida è stato costruito nel 1950, per dare la possibilità di accogliere le persone provenienti dall’area che va da Gerusalemme a Hebron, le cui oltre 500 case furono distrutte e i terreni consegnati agli israeliani.

È vero, la vita scorre come in qualsiasi altro piccolo paese, ma questo è riduttivo. O forse un modo per edulcorare una realtà davvero incomprensibile a chi certe cose non le ha mai viste o vissute. Ho avuto modo di chiacchiere con un padre e un figlio che hanno una piccola bottega all’inizio del campo. Mi hanno raccontato di come a volte dal cielo piovano bombolette lacrimogene lanciate dai militari israeliani e di come loro abbiano preso quel materiale per creare dei piccoli gioielli. “Cerchiamo di far nascere il bello dal brutto“, mi hanno detto. Ancora oggi, quando ripenso a quelle parole, mi rendo conto di come la frustrazione e il senso di impotenza si prendano gioco di me. Forse uno dei problemi più intensi è proprio il fatto che la tensione che si respira dentro il campo ha come il risultato quello di far crescere le nuove generazioni in un odio senza fine e in risentimento che, prima o poi, dovrà sfociare in qualche modo.

Visitare un campo profughi mi ha fatto comprendere meglio quanto sia complicato e forse impossibile risolvere una situazione che ormai è in stallo da troppi anni. Senza soluzione. Senza possibilità di cambiamento. Dove sta l’errore? Dove sta la colpa? Non voglio essere io a dare una risposta. Non posso essere io. Ma so che sono felice di esserci stata, perché voltarsi dall’altra parte, non conoscere anche le cose brutte del mondo, questo no, non ha senso. 

Qui, di fronte al muro costruito per separare i territori palestinesi dalla zona di Gerusalemme Est, sorge un luogo particolare di quel genio altrettanto particolare che è Banksy, il Walled Off Hotel. L’hotel murato, è questa la traduzione in italiano e rappresenta una provocazione. In teoria, l’albergo avrebbe dovuto avere una vita breve, poi in realtà è rimasto aperto ben oltre la sua data di scadenza ed oggi è forse il più bell’hotel di Betlemme, nonostante “offra la vista peggiore al mondo“. All’interno è possibile ammirare diverse mostre temporanee e sono presenti anche alcune delle opere dell’artista di Bristol.

Il muro a Betlemme è un’altra di quelle cose che non si possono non vedere. Anche in questo, da un qualcosa di orribile come un muro di separazione, è nato un angolo di arte e di messaggi di accusa, ma anche di positività. Non è necessario essere artisti per poter lasciare il proprio pensiero impresso nel cemento, ma è vero che i murales dipinti sopra sono di una forza empatica che rimane impressa nella mente. E alcuni sono proprio dello stesso Banksy.

Hebron, la città divisa

Hebron è la più grande città abitata dei Territori Occupati e ha una storia antica. Talmente antica da essere menzionata in uno dei primi libri del Vecchio Testamento. Diciamo che non si tratta di una città prettamente turistica. Qui i turisti si possono davvero contare sulle dita di una mano. Quando sono andata a Hebron, ad esempio, io e mia sorella eravamo le uniche straniere. Il che ha reso la situazione ancora più surreale, anche se credo che una visita qui sia una di quelle cose da mettere in calendario quando si viaggia in queste terre.

Se durante la permanenza a Gerusalemme lo status quo politico di Israele e Palestina non si percepisce, a Hebron le cose cambiano. Questa, infatti, è una città contesa ed è l’unica in Cisgiordania ad avere contemporaneamente un’occupazione israeliana e uno stanziamento palestinese.

Forse, prima di tutto, è d’obbligo un preambolo. L’ttuale assetto di Hebron è risalente al 1997, quando la città fu divisa nel settore H1, per l’80% sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese e in H2, con il 20%, affidato all’amministrazione israeliana. Questa spartizione, che prende il nome di Protocollo di Hebron, è stata decisa dopo l’uccisione nel 1994 di 29 fedeli in preghiera nella Moschea della Tomba dei Patriarchi da parte di Baruch Goldstein. Ed è solo l’ultimo tassello di tanti anni di lotte, di attentati e di una convivenza che nulla ha a che vedere con la pace.

Hebron è l’unica realtà in cui gli insediamenti israeliani si trovano all’interno di un centro urbano e la coesistenza dei due popoli è complicata e difficile. Anche da spiegare. Della vecchia Hebron, quella con il mercato in festa e le vie brulicanti di persone, oggi non esiste più niente.

L’atmosfera è spettrale e ad ogni angolo di strada ci sono militari israeliani, che garantiscono la sicurezza dei coloni armati, posti di blocco e tornelli. Questa prefazione è necessaria al fine di comprendere meglio la situazione di Hebron, anche se, vi avverto, non la capirete a fondo neppure alla fine della visita.

In realtà il mio benvenuto a Hebron è stato un laboratorio di artigianato della ceramica, un settore per cui la città è molto rinomata. Ho visto come il vetro viene soffiato e poi trasformato in meravigliosi piatti e tazze di ceramica colorata. Mi hanno chiesto di cimentarmi nell’azione, ma ho desistito. Io ho una manualità che farebbe ridere un bambino.

Hebron è una città contesa per un motivo ben preciso. È la sede, infatti, come ho accennato, della Tomba dei Patriarchi, conosciuta anche con il nome di Grotta di Macpela’. La storia vuole che i patriarchi biblici e le loro mogli siano sepolti qui, e quindi questo è il secondo luogo santo per l’ebraismo e quarto per i musulmani. Teoricamente qui sono custoditi i sepolcri di Abramo, Isacco e Giacobbe e le loro mogli, Sarah, Rebecca e Lea. Capirete quindi il motivo per cui Hebron è tanto voluta e dibattuta. Attualmente la Tomba dei Patriarchi si trova sotto giurisdizione israeliana a seguito della Guerra dei 6 giorni del 1967, ma il diritto di gestione è dell’ente religioso musulmano, il Waqf. Per entrare e visitare il sito è necessario coprirsi in modo adeguato, ma comunque all’ingresso, se siete donne, vi daranno un lungo mantello da mettervi addosso

Hebron è una città fantasma. Si passeggia attraverso vie che un tempo erano la testimonianza di una vita diversa, quella classica del Medio – Oriente, fatta di spezie, di stoffe appese nelle bancarelle e di tappeti colorati. Oggi di quegli anni passati non vi è traccia, se non nei negozi quasi tutti chiusi del suq e negli sguardi dei giovani che vogliono abbandonare la città alla ricerca di una vita diversa.

Palestina - Le Plume

Un accenno di movimento permane ancora e sono tante le persone che si fermano per fare due chiacchiere e raccontare la loro storia. Ai palestinesi piace parlare e intravedono nei turisti un’occasione di comunicazione con il resto del mondo.

Hebron ha anche un meraviglioso centro storico, fatto di pietre bianche e strade che si toccano ad ogni incrocio. Pare sia la seconda città più antica dopo Gerico. E questo si intravede dai suoi profili carichi di ricordi millenari, in uno scenario che è davvero un peccato non possa venire valorizzato e conosciuto nel modo più giusto.

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È una città strana, Hebron. Divisa al suo interno, con tratti di strada percorribili da alcuni e inaccessibile per altri. Con un cielo sopra i tetti che sembra essersi fermato, quasi rispettoso di un silenzio che pretende comprensione e accettazione.

Qui sono tanti i segni di questa lotta infinita. I messaggi lasciati qua e là, messi quasi per caso per farsi raccogliere dai viaggiatori di passaggio. C’è disordine, c’è un caos rarefatto ed irreale. Ma c’è anche la voglia di qualcosa di diverso. C’è la voglia di pace.

Un percorso, che, però, a tratti è costellato di dettagli che qui, dall’altra parte del mondo, quella occidentale e giusta, non si possono notare e neppure capire. Come questa finestrella, diventata un uscio di casa e unica via d’uscita, dopo che quella ufficiale è stata trasformata in divieto d’accesso.

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O come le reti messe a protezione dell’antico mercato di Hebron. Sotto i palestinesi, sopra i coloni israeliani.

Mi rendo conto di come questo racconto sia costellato di parole come difficile o comprensione. Ma è davvero questa la sensazione che lascia una terra come la Palestina. Potrete arrivare qui con le vostre condizioni, con i vostri giudizi e ripartire confusi e disorientati. Nessuno ha la verità in tasca. E tantomeno la possiamo avere noi occidentali, che al massimo possiamo limitarci a conoscere le cose da lontano. La ragione sta nel mezzo, diceva qualcuno. In questo caso, forse, lo è ancora di più. Quindi, il mio consiglio, se volete affrontare un viaggio di questo tipo è quello di farlo con il più assoluto rispetto possibile. Chinate la testa e partite con il cuore libero, pronti ad ascoltare, senza dare giudizi. So che è impossibile non stare dall’una o dall’altra parte. Se lo fosse, questa lunga guerra di sfinimento sarebbe finita molto tempo fa e la Palestina sarebbe un luogo di pace.

Vi consiglierei questo viaggio? Nel modo più assoluto la mia è una risposta positiva. Certo, non troverete l’atmosfera rilassata e vacanziera di qualsiasi altro posto al mondo, ma ne vale la pena. Ed è questo il motivo per cui il mio non è stato un addio, consapevole che, un giorno, tornerò in Palestina. Ci sono posti destinati a cambiarti la vita e a rimanerti nel cuore. Per me, la Palestina, è uno di quei luoghi di lì.

Palestina - Le Plume
Consigli per un viaggio in Palestina
  • Come raggiungere Betlemme da Gerusalemme: potete prendere un autobus di linea dalla Porta di Damasco. Sia il 231 che il 234 arrivano a Betlemme. Il 234 vi lascerà al check point 300.
  • Le macchine con targa israeliana non possono entrare in Cisgiordania: considerate questo dettaglio quando organizzate l’itinerario.
  • Per vistare i territori occupati non c’è bisogno di una guida o di un tour organizzato, ma io ve lo consiglio vivamente. Noi abbiamo visitato Betlemme e Hebron con l’agenzia Alternative Tourism Group, che si occupa di turismo responsabile e mi sento di consigliarla. Attualmente il sito web non funziona, ma esiste una profilo su LinkedIn e vi lascio la mail nel caso voleste provare a contattarli.
  • Anche la Abraham Tours, con cui ho fatto il tour di Masada, organizza il Dual Narrative Tour proprio a Hebron. E pare sia molto interessante, perché permette di ascoltare le due diverse campane.
  • Questione sicurezza. Mai, e dico mai, ho avuto un momento di paura o di incertezza durante la mia permanenza in Palestina. Ovvio che bisogna avere un minimo di attenzione, come sempre però quando si viaggia in paesi stranieri. È un viaggio che consiglierei alle famiglie con bambini? Francamente non so dare una risposta. E non tanto per problemi legati alla sicurezza, ma quanto perché alcune cose sarebbero troppo complicate da spiegare. Qui però entra in gioco il vostro modo di essere genitori.
Dove dormire in Palestina

Ho trascorso solo una notte in Palestina, a Betlemme, e vorrei tornarci. Abbiamo dormito in una casa speciale, Chez William, dove abbiamo conosciuto una coppia meravigliosa che ci ha trattato come due persone di famiglia. La gentilezza è stata un qualcosa che mi ha commosso. La mattina della nostra partenza abbiamo chiesto loro di aiutarci a chiamare un taxi per ritornare al check point e loro hanno preferito direttamente accompagnarci, come avrebbero fatto per due figlie in partenza per un viaggio. “Spero di rivedervi un giorno“, ho detto loro. “Inshallah“, mi ha risposto lei. Ho dovuto ricacciare le lacrime indietro e quel saluto me lo ricorderò per sempre.

Giulia

Scrivo da quando ne ho memoria. Mi piace raccontare la vita. Lo faccio qui nel mio blog e anche altrove. Quando non sono alle prese con la parola scritta, parlo in radio e mi occupo di cibo in tv. E anche lì c'è molto di me. Nel tempo libero? Ballo, curo le mie piante e cucino una quantità indescrivibile di piatti.

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